• 15 Marzo 2020

Rassegna Stampa

Rassegna Stampa

Rassegna Stampa 531 480 Scuola Sacro Cuore Gallarate

 

 

UNA DOMANDA VERA E FORTE

MARINA  CORRADI – Avvenire – 15 marzo 2020

 Le chiese vuote di questa amara primavera, gli altari spogli, i tabernacoli serrati inducono un percepibile malessere fra i credenti “forti”, fra quanti aprono la giornata recitando le Lodi, o vanno alle Messe feriali, alle sette del mattino, prima del lavoro. Un popolo di Dio fedele, che vede nell’Eucarestia un indispensabile pane.

C’è gente, e tanta, che nella sospensione delle Messe “con concerto di popolo” si è sentita deprivata di qualcosa di essenziale: quel corpo di Cristo, che la aiuta a portare la fatica quotidiana. Ci sono fedeli che si sono arrabbiati, e solo più tardi hanno capito le ragioni della Chiesa. Alcuni invece insistono con i sacerdoti perché celebrino messe “clandestine”, quasi fossero tornati i tempi della Rivoluzione francese, e forse per questo si sentono più cristiani e più coraggiosi degli altri.

Ma, e se questa Quaresima che quasi ovunque in Italia è cominciata senza il rito delle Ceneri, senza il ‘Memento quia pulvis es…’ – da cui usciamo, in tanti, scrollandoci veloci dai capelli la cenere e i relativi sgradevoli pensieri – fosse una domanda che ci viene posta?

I più fedeli di quei credenti in sofferenza sono abituati a seguire i digiuni e gli esercizi e le Via Crucis della Quaresima, percorrendo una strada conosciuta e in fondo cara. E se la vera Quaresima che ci viene chiesta in questo marzo fosse proprio l’abbandono della via consueta, e il lasciarci condurre per sentieri sconosciuti, faticosi, per alcuni drammatici; dentro città irriconoscibili, fra familiari e amici sgomenti? Non sa forse un poco di Quaresima restare in coda per ore davanti a un supermercato, per gente abituata a entrare da padrona in enormi centri commerciali dove la merce sovrabbondante ci viene quasi buttata addosso? Non sono una mai vista Quaresima le nostre strade assurdamente mute, senza un caffè dove si giochi a carte o si beva un bianchino, e i cortili delle scuole desolati e vuoti, all’ora della ricreazione?

Il tempo di meditazione e povertà che prepara alla Pasqua nei giorni di malattia, isolamento e paura del coronavirus sembra materialmente incarnato: oltre le pure buone abitudini, oltre ciò cui siamo abituati. Pare che tutt’altro ci venga chiesto, quest’anno, da un Dio che alcuni dicono di sentire ‘lontano’: e invece forse è estremamente vicino. Senza bisogno di cercarlo in Messe ‘segrete’. La cappa del virus che si allarga non è un segno, un invito forte e brusco a fermarci? A guardare la faccia del vecchio della porta accanto magari per la prima volta, a dargli una mano? Gli infermieri dei reparti di rianimazione ripetono in tv che non potranno scordare gli occhi di malati strappati in un giorno alla loro vita consueta, non potranno scordare la domanda muta di quegli occhi. Non è profonda Quaresima, forse, lasciarsi interrogare da quegli sguardi, e ricordarci del desiderio che abita nel fondo degli uomini? Censurato, immenso desiderio, di cui ci insegnano fin da ragazzi a non parlare (Rilke: «E tutto cospira a tacere di noi, come si tace un’onta, come si tace una speranza indicibile»).

Pochi mesi fa i siti web dei quotidiani italiani aprivano il notiziario con Morgan che, a Sanremo, litigava con un il collega Bugo. Intanto i social erano un fiume in piena di haters, di ‘odiatori’, quelli che insultano tutti, forti dell’anonimato. L’Italia era nelle condizioni economiche che ben conosciamo, con la consueta disoccupazione giovanile alle stelle, e sulle rive orientali e meridionali del Mediterraneo proseguiva il normale massacro di migranti, mentre sui muri degli ignoti scrivevano ‘sporchi ebrei’ o ‘sporchi negri’. Tuttavia l’Italia sembrava ipnotizzata da quei due, a Sanremo, che litigavano – se poi era vero.

Quanto è lontana da allora l’Italia di oggi, con medici e infermieri stremati in corsia, e vecchi che soffrono (e muoiono) da soli, implorando chi passa loro vicino di mandare un messaggio col cellulare ai figli.

Quanto è lontana l’ansia di chi trema per una persona cara, nel rimpianto magari di non esserle stata, prima, abbastanza vicina. E anche per la stragrande maggioranza di noi, costretta in casa, smarrita, preoccupata per il futuro, non cambia la concezione del tempo, la riflessione sul tempo e il suo senso? Non scoprono forse, tanti adolescenti, che felicità non è scuole chiuse e chattare sul divano, e che manca invece l’amico e perfino il professore: che manca l’altro, in funzione del quale, e non per noi soli, viviamo?

«Ci organizziamo il domani nei nostri pensieri ma poi tutto va in modo diverso, molto diverso», scriveva a 26 anni Etty Hillesum, ebrea olandese dal campo nazista di Westerbork. Anche noi, speriamo meno tragicamente, ci troviamo di fronte agli inimmaginati sentieri di una dolorosa Quaresima. Vorremmo ritrovare quelli, ben noti, di sempre. Eppure, se questo buio marzo fosse un’occasione? Non certo castigo, come gridano alcuni, ma domanda forte. Di verità su ciò che siamo, e di amore fra noi.

Marina Corradi

 ———–

Davide Rondoni – Ma a salvarci tutti sarà la gentilezza – Avvenire, 3 marzo 2020

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/ma-a-salvarci-tutti-sar-la-gentilezza

———–

Alessandro d’Avenia – Tempo di miracoli – Corriere della Sera, 9 marzo 2020

https://www.corriere.it/alessandro-d-avenia-ultimo-banco/20_marzo_09/tempo-miracoli- 297c3830-615e-11ea-8f33-90c941af0f23.shtml

———-

La mia giornata in corsia contro il Coronavirus – 08 marzo 2020

https://it.clonline.org/lettere/2020/03/08/coronavirus-lettera-medico-in-corsia

_______________________________________________________________________________________

 Il coronavirus spiegato in maniera semplice

Amedeo Capetti, infettivologo dellospedale Sacco di Milano e consulente Oms, risponde ad alcune semplice domande sul Covid-19 => https://youtu.be/_A60-Ix8RN8 

—————————————————————————————————————————————————-

«Qui ad Aleppo, sotto le bombe e i missili, preghiamo per voi italiani»

Leone Grotti 10 marzo 2020  – settimanale “TEMPI”

Intervista a padre Ibrahim Al Sabbagh, parroco di Aleppo: «Conosciamo la paura di uscire di casa, le scuole chiuse, il timore di andare in chiesa. Ci avete aiutati: come potremmo ora dimenticarci di voi?»

«Ad Aleppo abbiamo fatto esperienza della solidarietà, carità e tenerezza di tanti italiani che ci hanno aiutato durante la guerra. Ora siete voi in difficoltà ma è come se il coronavirus avesse colpito noi: come potremmo dimenticarvi?». Così padre Ibrahim Al Sabbagh, francescano della parrocchia latina di Aleppo, la seconda città per importanza e la capitale economica della Siria, una delle più colpite dalla guerra, spiega a Tempi.it perché i bambini della sua parrocchia di San Francesco hanno pregato per tutti gli italiani durante la via crucis della seconda settimana di quaresima. «Sappiamo cosa vuol dire non potere mandare i figli a scuola e avere paura di uscire di casa».

Perché vi siete fermati a pregare per l’Italia?

Io ho conosciuto di persona tanti italiani, nostri amici e benefattori. È da più di due settimane che offro la messa per l’Italia e le persone colpite, invitando la gente a pregare per voi. Come potrei non farlo? Tra fine gennaio e inizio febbraio sono stato nel vostro paese e ho visto la preoccupazione negli occhi di tante persone. Questo mi ha amareggiato.

Ad Aleppo cadono ancora bombe e missili, soffrite il freddo e la fame, avete tempo per pensare anche ai nostri problemi?
Quando ho sentito che siete stati obbligati a chiudere le scuole e poi a bloccare la celebrazione delle messe, ho provato molto dolore perché mi è tornata alla mente la nostra sofferenza e la nostra incertezza: durante gli anni più brutti della guerra ogni volta che aprivamo le porte della chiesa, rischiavamo che ci cadesse un missile in testa. I genitori erano sempre indecisi, ogni giorno, se mandare i figli a scuola. Ma noi siamo una cosa sola, per questo preghiamo per voi: è come se la nostra sofferenza proseguisse nella seconda parte del nostro corpo, che siete voi. Voi in Italia, infatti, fate parte del nostro stesso corpo nella Chiesa. Come potremmo non pregare per voi?

Da quanto tempo lo fate?

Ormai la gente si è abituata al ritornello del prete che chiede di pregare per l’Italia. Succede da diverse settimane, poi però i 660 bambini del catechismo spontaneamente hanno proposto: offriamo la via crucis del secondo venerdì di quaresima per i bambini italiani che non possono andare a scuola. Anche loro infatti ricordavano gli anni in cui non potevano uscire di casa per via delle bombe.

Qual è oggi la situazione ad Aleppo?

Purtroppo i problemi aumentano. Stanno venendo fuori tante malattie che prima non c’erano e che sono sicuramente dovute alla guerra. Ogni singolo giorno spuntano nuovi casi di un cancro atroce che uccide i pazienti in poche settimane. E poi malattie cardiache e vascolari. Inoltre, a causa della guerra tutto è inquinato: l’acqua, il latte, il cibo, nessuno di noi sa davvero che cosa mangia, non ci sono controlli. Se guardo alla situazione con occhi umani, sono costretto a dire: vedo la fame, la mancanza di lavoro, le malattie, non c’è una prospettiva, non c’è futuro. Come si può sperare in una situazione così?

Una domanda che oggi si fanno anche tanti italiani.

Se guardiamo la realtà solo con occhi umani, siamo costretti a dire: non c’è speranza. Ma noi siriani di Aleppo in questi anni di guerra abbiamo imparato che non bisogna mai riporre la nostra speranza nelle sicurezze terrene. Si può avere speranza solo in Gesù Cristo, solo dal mistero della sua morte e risurrezione può nascere la speranza. Se infatti apriamo gli occhi della fede, possiamo vedere quanta tenerezza abbiamo sperimentato in questi anni. Dio si è fatto compagno di strada attraverso la preghiera di tante persone, che ci hanno aiutato. E la maggior parte di queste persone erano italiani. Gli italiani sono un popolo buono e generoso. Se ora preghiamo per voi è perché Cristo, fondamento della nostra speranza, ci invita a uscire da noi stessi e a guardare la sofferenza degli altri. Ora siete voi a soffrire e noi siamo con voi.

Che cosa sta facendo la Chiesa di Aleppo per aiutare la città a ripartire?

Abbiamo lavorato su due binari. Il primo è quello dell’emergenza: abbiamo distribuito acqua potabile, pacchi alimentari, assistenza sanitaria, vestiti. Qui gli anziani hanno una pensione così bassa che non consente neanche di comprare un terzo delle medicine di cui hanno bisogno, mentre per quanto riguarda i neonati la gente non può permettersi pannolini e latte artificiale.

E il secondo binario?

Abbiamo sviluppato progetti di micro-economia per ricostruire la città. Abbiamo aiutato a ripartire 1.200 imprese, un numero enorme se si considera che nello stesso lasso di tempo il governatorato ne ha aiutate 5.000. E poi, grazie all’aiuto di numerosi ingegneri, abbiamo ricostruito in tutto 1.500 case, che avevano diversi livelli di danni. Il lavoro da fare è enorme. Purtroppo, mentre pensavamo che tutto andasse per il meglio, la crisi libanese ha causato il blocco dei conti correnti di tanti siriani, che si sono impoveriti, e di molte organizzazioni internazionali. Poi la guerra è ricominciata.

Parla del conflitto di Idlib, che vede contrapposti alla Turchia e ai terroristi il governo siriano e la Russia?
Sì, va avanti già da un mese e mezzo e sembra di essere tornati all’inizio della guerra. I missili cadono di nuovo sui nostri quartieri. Aleppo non è come Damasco o Latakia, dove la vita è ripartita: qui manca tutto e non si produce niente. Inflazione e caro vita ci mettono in enorme difficoltà. Nessuno può più permettersi un chilo di pomodori o cetrioli. Ieri un fruttivendolo mi raccontava che non sa più cosa portare in città, perché la gente non può permettersi di comprare nulla. Gli aleppini entrano nel suo negozio e gli chiedono un pomodoro o una mela, perché di più non possono acquistare. In tanti si informano sui prezzi e poi se ne vanno, perché sono troppo alti. Soffriamo la fame e preghiamo davvero che il coronavirus non arrivi mai qui.

Sareste in grado di affrontarlo?

Come potremmo? Se arriva qui, finirà tutto. Gli ospedali sono danneggiati per la guerra, dubito che potremmo affrontare una crisi del genere. Noi ci a!diamo a Dio, non abbiamo altro da fare.

—————————————————————————————————————————————————-

Il messaggio di don Riccardo Festa, parroco in S.Maria Assunta a Gallarate

PARROCCHIE DELLA CITTA’ DI GALLARATE

Carissimi fratelli, carissime sorelle,

è la Santa Messa celebrata insieme che ci ha fatto prendere coscienza che siamo fratelli e sorelle e allo stesso tempo ci ha accompagnato per metterci in cammino e diventarlo davvero. Sempre nella Santa Messa professiamo la nostra fede e proclamiamo di credere in un solo Dio che è Padre. Così consapevoli che Dio Padre è uno solo, impariamo a guardare come fratelli e sorelle tutte le persone che incontriamo prima di venire in chiesa e dopo essere usciti.

Ebbene in questi giorni di rinunce, compresa la rinuncia alla convocazione per la Santa Messa, a causa del contagio che ci raggiunge, scopriamo che questo legame nell’unica famiglia umana ci coinvolge in maniera prepotente. Potremmo pensare in negativo al fatto che da un paese lontano o dal nostro vicino possa venire una minaccia per la nostra salute, ma credo che in questi momenti prevalga e ci sorprenda il sentimento di prossimità dei cuori, che si esprime nella condivisione delle insicurezze e del dolore degli altri, nell’ammirazione per la generosità di chi si prende cura di noi, nella disponibilità a sacrificare qualcosa della nostra libertà per proteggere chi è più fragile, nell’accettare con rispetto le indicazioni di chi ha autorità e deve agire in un contesto dove nessuno può dirsi maestro.

In questi giorni ho concluso i colloqui per il consenso delle coppie di fidanzati che si devono sposare subito dopo Pasqua. Durante il corso di preparazione questi nostri giovani sono stati aiutati a prendere coscienza del significato della promessa che è al centro del rito di matrimonio: “…con la grazia di Cristo, prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”. Loro hanno già esperienza di cosa significhi la gioia e il dolore, la salute e la malattia; lo hanno appreso dalla storia delle loro famiglie e ne tengono conto, ma nessuno ha mai pensato all’esperienza che stiamo vivendo. Forse è meno grave di altre prove, ma è certamente inedita per le nostre generazioni, perché raggiunge e condiziona tutto intero il sistema di vita sociale.

Il nostro Arcivescovo Mario ci sta aiutando a stare dentro questa situazione, con saggezza e cordialità. Vi invito a seguire i suoi interventi pubblicati sul sito della diocesi www.chiesadimilano.it. Ci sono anche videomessaggi da ascoltare in famiglia.

Mentre si precisano le indicazioni per contenere il contagio, iniziano anche le riflessioni per comprendere il significato di quello che sta capitando. Qualcuno per esempio va a rileggere il libro dei Promessi sposi, di Alessandro Manzoni, dove, nella storia già complicata di quei giovani, irrompe, devastante, la peste. A me fa bene anche questa volta riprendere la conclusione di quella storia, dove innanzitutto Lucia, la sposa, rivendica che lei i guai che ha conosciuto non è andata a cercarseli, ma poi con più profondità condivide con Renzo, lo sposo, che i guai possono venire per colpa o senza colpa, ma “la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore”. La fede in Dio li raddolcisce, non ne cancella del tutto l’amarezza, e li rende utili per una vita migliore. Non è automatico che alla fine ne venga una vita migliore: la fede in Dio li rende utili; per questo non è evitabile l’appello al nostro impegno perché tutto si concluda così in modo migliore.

Nel libro dei Promessi sposi si incontra la Provvidenza che traduce e attualizza la promessa biblica della fedeltà di Dio. Cosa significa che per noi “La c’è la Provvidenza”? Significa che in ogni situazione abbiamo la possibilità di starci dentro da cristiani. Non c’è un tempo, o un luogo che sia abbandonato dalla grazia di Dio; non c’è una condizione che ci impedisca di viverla da cristiani. La gioia e il dolore la salute e la malattia, lo testimoniano tanti sposi, possono diventare l’occasione per scoprire in modo nuovo qualche riflesso di un amore, che c’era anche prima, ma che si vedeva meno. Situazioni impreviste ci aiutano a far emergere in noi e nel nostro prossimo risorse buone, potenzialità creative, non ancora del tutto espresse.

Ci possiamo inoltrare così in questa sfida, come Gesù nel vangelo di domenica scorsa si inoltrava nel territorio ostile della Samaria, con la certezza che anche lì c’era un’occasione di grazia per dare e per ricevere. Sfidando il territorio ostile di questo contagio, secondo lo Spirito di Gesù, troveremo il modo di ricevere e di donare, di ascoltare e di raccontare qualcosa che sia nuovo e anche migliore.

La stessa parola consapevole e fiduciosa di Alessandro Manzoni, la troviamo nelle parole semplici e solenni di don Camillo, così come ce le racconta Giovanni Guareschi nell’episodio dell’inondazione del Po. Don Camillo, in chiesa, dove l’acqua impedisce di celebrare l’Ufficio Divino, rivolge, dall’altoparlante esterno, parole di consolazione ai fedeli che stanno allontanandosi per portare in salvo le loro famiglie: “Fratelli… non è la prima volta che il fiume invade le nostre case, ma un giorno le acque si ritireranno e il sole tornerà a splendere, allora ci ricorderemo della fratellanza che ci ha unito in queste ore terribili e con la tenacia che Dio ci ha dato ricominceremo a lottare, perché il sole sia più bello… perché la miseria sparisca dalle nostre città e dai nostri villaggi. …Che Iddio vi accompagni e così sia”.

Con gli altri confratelli sacerdoti, in particolare con i parroci don Mauro, don Giovanni e don Luigi, invoco la benedizione del Signore sulla nostra città.

don Riccardo

Gallarate, 10 marzo 2020

_____________________________________________________________________________________

Richiedi Informazioni

Se sei interessato a conoscere meglio le nostre scuole, ricevere materiale illustrativo, avere informazioni sulle rette, gli aiuti economici di sostegno allo studio, compila il form con i tuoi dati indicando la scuola di tuo interesse. Ti contatteremo al più presto!

* Ho letto e accetto i termini della Privacy Policy